Case e studi delle persone illustri dell'Emilia-Romagna

La linea del mare


Si avvicina alla finestra che ha una veduta ampia di cielo sereno. Guarda giù in un cortile.
C'è qualche richiamo di gente che si muove libera nelle strade.

Oltre i tetti bassi c'è un sapore di sale nell'aria.
Bobo si chiede: "Chi ci sarà al mare in questo momento?". 
- Federico Fellini, Tonino Guerra, “Amarcord” -


Paesaggio di mare, Emilia-Romagna - foto di Luca BacciocchiÈ l’effetto-sorpresa della costa bassa: dalla pianura romagnola il mare si vede bene... solo quando hai messo i piedi dentro l’acqua fino alle caviglie: “dróinta l’aqua fina al cavéi”, per dirla con un verso di Tonino Guerra. Dev’essere per questo che il suo grande amico Federico Fellini, compagno di avventure cinematografiche, non ha mai imparato a nuotare, nonostante che l’Adriatico (rispetto alla vastità degli oceani) sia considerato il “mare dell’intimità”.

Dev’essere pure perché, da bambino, il regista riminese trascorreva le vacanze estive a Gambettola, nella Casa dei nonni Fellini, dove pare sia stato concepito. Anche qui, nonostante i trenta metri sul livello del mare, la linea blu sull’orizzonte si può solo immaginare, benché disti meno di dieci chilometri. Ed è proprio da questa particolarità del paesaggio, da questo cortocircuito tra vicinanza reale e lontananza percepita, che nasce forse la propensione felliniana a imbarcarsi sugli oceani... del sogno.
Pensiamo al pesce-mostro arenato sulla spiaggia della Dolce vita, alle danze sensuali della Saraghina sulla sabbia di Otto 1/2, all’apparizione notturna del transatlantico in Amarcord... e ci accorgeremo che nel rapporto tra Fellini e il mare (spazio dell’avventura ma anche del rischio) si possono leggere in filigrana le contraddizioni che hanno segnato il paesaggio della riviera romagnola, luogo-simbolo italiano del boom economico e santuario internazionale delle vacanze, minacciato però, per contrappasso, dalle colate di cemento.  

Tornando a Rimini negli anni Sessanta, il regista riprovò la sensazione avuta nel dopoguerra: “Allora avevo visto un mare di macerie. Adesso vedevo, con lo stesso sgomento, un mare di luce e di case”. I ricordi delle estati degli anni Venti, trascorse nella casa di campagna, acquistano allora il sapore agrodolce dell’epica. La nonna Francesca che, in mezzo ai campi, un giunco in mano, tiene a bada i braccianti a forza di occhiate. Le voci e i suoni dei mestieri scomparsi: arrotini, materassaie, spazzacamino. Storie di paura e di magia, contrasti netti; eppure, conclude Fellini, “in questa terra ci sono cadenze e dolcezze infinite, che forse vengono dal mare”.

Casa Museo “Secondo Casadei”, Savignano sul Rubicone - foto di Luca BacciocchiA Gambettola, in quegli stessi anni, un giovane violinista viene ingaggiato per accompagnare con la sua musica la proiezione dei primi film muti. Si chiama Secondo Casadei e non sa ancora che diventerà celebre con il soprannome di “Strauss della Romagna”. Il suo valzer più famoso fu ispirato dalla casa che riuscì a costruire a Gatteo Mare negli anni Cinquanta, con i primi ricavi dell’orchestra rimessa in piedi dopo i disastri della seconda guerra mondiale. Il titolo originale era proprio “Casetta mia”, e, a riascoltarlo ora, sembra evocare la nostalgia di un paesaggio passato, a cui si vorrebbe ritornare:

Romagna mia, Romagna in fiore,
tu sei la stella, tu sei l’amore.
Quando ti penso, vorrei tornare
dalla mia bella, al casolare.
Romagna, Romagna mia,
lontan da te, non si può star!


Oggi, nella Casa Museo di Secondo Casadei a Savignano sul Rubicone, sua figlia Riccarda accompagna i visitatori tra gli oggetti, le immagini e i ricordi di una vita spesa a far scivolare generazioni diverse al ritmo del “liscio”, un genere musicale che a sentir lui non tramonterà mai, almeno “finché ci sia una sola persona che voglia ballare”.

Casa Rossa di Alfredo Panzini, Bellaria - Igea Marina (Rimini): “Annuncio di tempesta” - dipinto di Clelia Panzini, pittura a olio su cartone, particolarePer capire al volo quanto sia cambiato il paesaggio costiero della Romagna negli ultimi cinquant’anni basta salire i pochi scalini che portano alla Casa Rossa di Alfredo Panzini, a Bellaria - Igea Marina: il mare che lo scrittore poteva vedere dalle sue finestre, oggi non si vede, coperto com’è dalle costruzioni. Uno sviluppo che negli anni Trenta, quando esaltava il suo Adriatico (“romantico come un lago con tutte le dignità del mare”), Panzini cominciava appena a intravedere: “Alle casette umili, sparse come una manata del buon Dio dalla foce del Rubicone alla foce dell’Uso, fra dune e tamerischi, si sono in pochi anni aggiunte villette graziose, alberghi, pensioni”.
Eppure, nella Casa Rossa riaperta e riportata in vita dall’artista Claudio Ballestracci, la visione che lo scrittore poteva far spaziare davanti a sé è ancora presente: possiamo farla nostra guardando uno dei paesaggi dipinti da sua moglie Clelia Gabrielli, dove un mare in tempesta si apre allo sguardo tranquillo di chi ne resta a distanza di rispetto, al di qua di un cancello.  

Da Bellaria a Cesenatico la distanza è breve: in mezz’ora di bicicletta, Panzini era alla porta di Marino Moretti, amico fidato e collega di lavoro letterario. La Casa Museo - che oggi permette di incontrare l’autore delle “poesie scritte col lapis” tra gli oggetti con cui visse, tra i suoi libri e le carte del suo archivio - è una dimora perfettamente conservata. Lo si intuisce già dalla facciata, che si specchia sul mare interno del porto-canale, un’opera idraulica trecentesca così ben congegnata da ispirare un disegno di Leonardo da Vinci. Nella scrittura morettiana, tuttavia, più del valore culturale di questo dialogo riuscito tra uomo e ambiente si può leggere la sua potenza estetica, in cui si mescolano suoni, odori, forme e colori:  

Via via, via! sul ponte e poi sulla riva, lungo il canale, dove l’aria è più frizzante, e si sente il mare vicino e l’odor buono delle barche, tanfo salso, esalazioni di pesce e di catrame; via, via, via! sempre diritto, sempre lungo il canale, finchè il paese finisce e cominciano gli alberi, [...]; via, via, via! fino alla fine, fino alla grande distesa delle acque, fino alla sterminata striscia di seta su cui il vento disegna un leggero tremolio d’ametiste e di smeraldi.

La stanza che Marino Moretti adibì a biblioteca, ai tempi di suo nonno ospitava una bottega di salsamenteria: sembra che, in fuga da Roma, Giuseppe Garibaldi si sia fermato proprio qui, per mangiare qualcosa prima di imbarcarsi alla volta di Venezia. È il 3 agosto del 1849. E, appena un giorno dopo, l’impresa dell’“eroe dei Due Mondi”, braccato dagli austriaci, si infrange sotto i colpi di cannone delle navi nemiche, finché il bragozzo su cui naviga con la moglie e i fedelissimi è costretto a sbarcare sulla lingua di sabbia che separa il mare dalle valli di Comacchio.

Capanno “Garibaldi”, Pialassa della Baiona (Ravenna) - foto di Luca BacciocchiDa qui la fuga continua a ritroso verso sud, tra argini, canali, isolotti ed erbe palustri, fino all’irreparabile: giunti a Mandriole, nella Fattoria Guiccioli, la sua “Anita”, in attesa di un figlio, muore per gli stenti. Ma gli austriaci incalzano e il suo “Josè”, pur disperato, deve lasciarsela alle spalle, sepolta sotto la sabbia. La “Trafila” (come poi fu chiamato l’itinerario che portò in salvo i fuggiaschi al di là degli Appennini) proseguirà fino al capanno del Pontaccio, oggi Capanno Garibaldi. Siamo nella Pialassa della Baiona, una laguna costiera poco distante da Ravenna; la radice dialettale di “pialassa”, “piglia e lascia”, descrive bene il ritmo con cui l’acqua entra ed esce da queste zone umide, oggi protette dal Parco del Delta del Po. Ma in chi immagina il cuore di un uomo costretto a lasciare per sempre la sua amata, la parola risuonerà diversa, più profonda.

A Lido di Spina, vicino alla spiaggia su cui Giuseppe e Anita erano sbarcati insieme, c’è la Casa Museo di Remo Brindisi, un artista e collezionista novecentesco che ha fatto della sua modernissima dimora un manifesto concreto dell’integrazione possibile tra arte e vita.
Nelle ampie stanze, unite al centro da una scala a forma di elica, sono esposte centinaia di opere, realizzate da molti dei più grandi artisti del secolo scorso. Tra queste c’è una stampa realizzata da Brindisi stesso con la tecnica dell’acquaforte: immersi tra i giunchi fitti di una palude, numerosi volti umani sembrano convergere verso una figura centrale, che fissa il suo sguardo su di noi. A ricordarci che, mentre noi lo guardiamo, è poi il paesaggio che ci riguarda.

Per approfondire:
> Libro-guida:
“Case e studi delle persone illustri dell’Emilia-Romagna” (Bologna University Press)
> PatER - Catalogo del Patrimonio culturale regionale:
“Case e studi delle persone illustri dell’Emilia-Romagna” / LA LINEA DEL MARE

Per continuare il viaggio nei paesaggi culturali dell'Emilia-Romagna:
> Le terre basse 
> Le prospettive urbane 
Le terre alte 

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