giovedì,  18 novembre 2021

L’albero nell’arte contemporanea /4: il XXI secolo (2000-2021)

Quarto e ultimo capitolo del viaggio in quattro puntate della storica dell'arte Claudia Collina. In occasione della Festa dell'Albero (21 novembre)

La tecnica pittorica non ha perso la sua importanza secolare ma, tra l’ultimo decennio del XX secolo e il primo del XXI, è stata rivista alla luce dei nuovi media tecnologici dell’immagine, fotografia, cinema, televisione, video, media digitali, che l’hanno ibridata e resa complementare in una dialettica osmotica tra arcaismi e attualità che tratteggia la fluidità della contemporaneità artistica, segnata anche dai nuovi linguaggi della scultura.  E’ questo il caso degli esponenti di Nuova pittura europea, e palpabile nei fotografici Alberi (1987)  e Tronchi d’albero (2002) di  Gherard Richter; nei frammenti di vita quotidiana che acquistano una nuova esistenza in Spyrogy (1992) di Tony Cragg; nelle drammatiche e sublimi installazioni di Anselm Kiefer, come Palmsonntag (domenica delle Palme, 2006, Londra, Tate Modern) che comprende una trentina di dipinti caratterizzati foglie di palma e steli, accanto ad un albero di palma in resina gettato a terra che, come il prologo verso la morte di Cristo, simboleggia il momento sospeso tra il trionfo e la distruzione, la mortalità e la potenziale rinascita;  e nei Wallpapers (2014) di Luc Tuymans, paesaggi morbidi e slavati che imitano al contempo la carta da parati e le vedute fotografiche da cartolina, ricordandoci ancora una volta in più della percezione illusiva che l’essere umano ha della natura.  Di questo concetto vi sono esempi emblematici in Emilia Romagna: il ciclo gli Alberi della ruggine di Maurizio Bottarelli, realizzati nel 2000 con un processo tecnico in cui gesto e segno sono un tutt’uno e in  cui Bottarelli dà vita ai suoi alberi  cresciuti dalla sua fantasia con chiome di chiodi e getti cromatici, simboli esoterici dell’esistenza scabrosa e di un paesaggio interiore che si trasforma in poesia pittorica; i cicli dei "Neri di foglia" e le "Nerezze", realizzati tra il 2005 e il 2006 da Pinuccia Bernardoni, che con “Sdoppiate foglie" e gli "In colore di foglia" diventano oggetti scultorei che, attraverso la materia del disegno,  diventano lo strumento con il quale l’artista intreccia i suoi sentimenti con la percezione fisica e il mondo delle cose, delle foglie degli alberi, in un rapporto identificativo con l'opera d'arte e le foglie che, come frammenti del mondo isolati dal tutto, assumono forma assoluta e la loro origine è smaterializzata dalla linearità del tratto che ne cattura lo spirito; e la poesia essenziale, emanata dall’aura della scabra materia, degli Alberi di Luigi Poiaghi. Infine, l’installazione di Hidetoshi Nagasawa, Sotto l'albero di ginkgo, realizzata nel 2001 per il Parco di sculture all’aperto della valle del Bidente, a Santa Sofia, progettato dalla XXXVI edizione del Premio Campigna. Si tratta dello scheletro di un cubo interrato che contiene il simbolo di un seme, di forma sfaccettata come un cristallo in marmo rosso di Verona, ed è interrato sotto le fronde di un secolare ginkgo biloba, lasciando trapelare soltanto una ventina di centimetri di pietra perimetrale. Un segno pieno di poesia che invita ad abbracciare con lo sguardo la bellezza della natura circostante e che trova nell’albero di gingko, un archetipo con le leggende giapponesi in quanto, nell’ottavo secolo, esso veniva piantato ai bordi delle strade, per proteggere, con i suoi frutti, i viaggiatori; ed è credenza che, ai piedi di un albero di ginkgo, si trovi sempre una divinità.

Alla fine del primo decennio del XXI secolo l’allarme per il surriscaldamento climatico diventa sempre più prioritario ed urgente e gli artisti del pianeta intensificano i loro linguaggi visivi con riferimenti sempre più frequenti ai temi della natura e dell’albero. Nel 2016, il centro Paul Klee di Berna organizzava l’esposizione About trees dedicata ai molteplici significati simbolici dell’albero nell’arte del presente, invitando a riflettere sul mondo attraverso le relazioni esistenziali e interdipendenti dall’albero nel cosmo: dall’albero della vita all’albero-foresta della favola, dal rapporto tra albero e essere umano all’opposizione natura-antropizzazione, dall’albero come modello del processo creativo a simbolo dell’ambiente naturale minacciato, l'albero sempre il modello dei processi creativi dell’arte, forma visiva, sentimentale, individualmente interpretata da  Carlos Amorales, Ursula Biemann e Paulo Tavares, Merijn Bolink, Louise Bourgeois, Berlinde De Bruyckere, Mark Dion, Peter Doig, Valérie Favre, Anya Gallaccio, Rodney Graham, Katie Holten, John Isaacs, Naoko Ito, William Kentridge, Anselm Kiefer, Paul Klee, Rosemary Laing, Žilvinas Landzbergas, Ndary Lo, Paul McCarthy, Ana Mendieta, Agnes Meyer-Brandis, Paul Morrison, Shirin Neshat, Jill Orr, Renzo Piano, Pipilotti Rist, Ugo Rondinone, Julian Rosefeldt, Michael Sailstorfer, George Steinmann, Wolfgang Tillmans, Su-Mei Tse, Shinji Turner-Yamamoto.

Più ci si avvicina al presente, la linea retta del tempo e della storia dell’arte si segmenta e diventa sempre più obliqua, consentendo alle correnti e alle poetiche di sovrapporsi, scivolare l’una sull’altra come su un piano orizzontale, ibridarsi o proseguire nella sperimentazione, in libertà dalla cronologia temporale della Storia.

Contemporaneamente, tra Siena e New York, Francesco Clemente realizzava la serie dei Fiori d’inverno a New York, costituita da cinque opere dedicate all’albero della vita a cui l’artista ha lavorato per più di cinque anni dal 2010 al 2016 utilizzando, per ciascun lavoro, pigmenti di origine vegetale. Come un atlante di Aby Warburg, l’iconografia di Clemente trae linfa dalle fonti più svariate come la mitologia classica, il buddhismo, la storia e la letteratura orientali, in particolare induiste, e l’immaginario contemporaneo; con un’ansia di ricerca affine a quella che si evince dagli alberi di glicine delle Terrazze di Davide Benati, concepite alla fine del XX secolo, l’artista riproduce i rami contorti del glicine, in un gioco di dialettica eleganza tra i colori accesi e gli spazi vuoti; opere sottese al contempo dal piacere di osservare la natura alla luce della filosofia orientale e degli interrogativi che la forma semplice pone, chiedendo solo di essere guardata con attenzione e vista con lentezza.

L'albero può anche essere visto come un'immagine di un essere umano: radici, tronco e corona corrispondono ai piedi, al corpo e alla testa. Infine, l'albero è una creatura vegetale che ha un concetto di tempo diverso dal nostro. Gli alberi vivono molto più a lungo degli umani. Gli alberi possono essere scalati, ma possono anche essere abbattuti, sconfitti, sfruttati, ad esempio come legna da ardere, vale a dire che sono una materia prima preziosa e forniscono energia. E nel nostro mondo contemporaneo l'albero spesso rappresenta l'ambiente in via di estinzione e la connessione indissolubile tra uomo e natura.

L’albero è al centro della ricerca di giovani artisti: Valentina D’Amaro, nella serie Virdis, tra il 2011 e il 2018,  organizza le masse arboree e paesistiche tra sfumature di verde restituendo una visione filtrata e smaltata dell’inquadratura prescelta, in perfetto equilibrio tra astrazione e realtà, David Casini organizza in Spazio libero, del 2018, una delle sue installazioni concettuali di diretta discendenza da Duchamp in cui l’albero cosmico per eccellenza, la quercia è eletta a rappresentare la parte per il tutto, di un racconto che procede per simboli verso un’ideale di originaria purezza sottolineato dai cristalli dei tre colori primari, Luca Coclite, con i dittico Superflora denuncia la deturpazione di palme ridotte a ibridi con sembianza parziale di pali elettrici; e anche Filippo Minelli fa dell’albergo un Alter ego per i suoi camouflage concettuali e digitali.

L’esponente di spicco della Young British Art è senz’altro Damien Hirst che, sin dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso, si è espresso con spettacolari installazioni e linguaggi sperimentali volti prevalentemente ad indagare il tema della caducità della vita e della morte.

Il 2021 e la pandemia di Covid 19 segnano uno spartiacque mondiale, anche nell’arte che profetizza il nuovo rinascimento proprio partendo dall’albero di ciliegio, simbolo della futura beatitudine e segno leggendario di rinnovamento proposto dal profeta Damien Hirst, che ha lavorato con gesto pittorico alla serie di 107 tele monumentali dal titolo Cherry Blossom e testimoniano l’omaggio dell’artista ai grandi maestri della fine dell’Ottocento, in particolare al puntinismo post impressionista di Georges Seraut, e vogliono rispecchiare l’umanità del tempo attuale, in cui tutto è mescolato con eccesso, dalla vita alla morte, dal disordine alla fragilità, sino alla gioia esplosiva del superamento espressa da luci abbaglianti e colori squillanti.

L’albero è dunque un modello per i processi creativi: il suo sviluppo segue leggi inesorabili ma ispira sempre forme mentali e sentimentali individuali, rappresentando una grande sfida rappresentativa per gli artisti, come l’ Abete  di Giuseppe Penone l’installazione più grande mai ospitata nello spazio pubblico del centro storico di Firenze posta in dialogo spaziale con la scultura manierista di Baccio Bandinelli, Ercole e Caco in Piazza della Signoria accanto alla copia del David di Michelangelo, in occasione del Dantedì dedicato al VII Centenario della morte di Dante. L’albero di Penone indica per l’artista la metafora dello sviluppo del pensiero umano similare a quello spiraliforme della crescita dei vegetali e mescola un’idea astratta della natura, simboleggiata dal metallo, alla concretezza petrosa del centro di Firenze e allusiva alle Rime petrose del Poeta.

Anche Marisa Zattini trae linfa da un antico sempre presente: nelle sue installazioni Alberi - The Aleph Beth of Nature, in cui l’albero e l’alfabeto ebraico si collegano alle Sĕfirōt e all’origine del mondo e, con ritualità sciamanica, l’artista opera una sintesi del processo alchemico, da nigredo a oro, nella trasmutazione del due a uno; e in nuove forme e significati che traggono nutrimento estetico dall’arte povera e concettuale.

La similitudine rovesciata è il principio principale del Realismo Terminale, il cui fondatore e poeta, Guido Oldani, è stato proposto come Premio Nobel per l’anno in corso. A questo movimento artistico e letterario, che guarda con atteggiamento critico e ironico la civiltà globalizzata interpretando e descrivendo quegli aspetti sociali che hanno caratterizzato l’epoca della PlayStation al fine di creare una consapevolezza che ne ridefinisca i valori, anche attraverso le arti. Tra gli artisti Bruno Brunivo che con la sua installazione diventa il simbolo della cura della natura del pianeta: egli benda un tronco d’ulivo bruciato con fasce di metallo affinché non perda la corteccia e gli applica dei rami nuovi, scaturiti metaforicamente da questa cura. È un messaggio forte e tormentato che non guarda tanto all’impatto estetico quanto all’importanza del contenuto, come nel caso di un altro esponente visivo di questo movimento, Giuseppe Donnaiola, che analizza le energie degli oggetti e del cosmo attraverso l’energia della pittura, tra cui gli alberi e le loro radici nei boschi nel ciclo Feuernacht.

Non è un caso che il periodo temporale dell’età contemporanea, in cui abbiamo sviluppato questo viaggio in quattro puntate nell’arte attraverso l’albero, e l’epoca geologica dell’Antropocene coincidano culturalmente nelle date d’origine, stabilite per convenzione, ossia dal tempo della Prima Rivoluzione Industriale iniziata nel terzo quarto del XVIII secolo, quando l’umanità ha iniziato ad avere un impatto decisivo sull’eco sistema terrestre coincidente anche con le prime forme di pubblicità e la nascita della vetrina per la mostra dei prodotti. Ma è proprio un albero che parrebbe cambiare le carte in tavola alla Storia: le tracce di Carbonio-14 trovate nel cuore dell’albero più solo del mondo, un peccio che vive sull’Isola di Campbell nell’Oceano Antartico, stabilirebbero il 1965 come data in cui sia iniziata l’estensione nociva dell’uomo sul pianeta. E, quindi, da un albero si può ripartire.

(fine)

La terza puntataL’albero nell’arte contemporanea /3: Le Neoavanguardie e il Postmoderno (1960-2000)

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ultima modifica 2022-01-26T12:28:29+01:00
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