Dalla scheda allo schermo

La conversione digitale del Catalogo alfabetico generale nella Biblioteca Ariostea di Ferrara

A un certo punto di “Colazione da Tiffany”, il film tratto dal romanzo di Truman Capote, la splendida Audrey Hepburn sgrana gli occhi di fronte allo schedario della New York Public Library. Solo chi è nato prima della rivoluzione digitale può ricordare quella sensazione: cercare con gli occhi la giusta lettera dell’alfabeto, aprire il cassettino o addirittura estrarlo, far scorrere le dita sui cartoncini delle schede mobili... e finalmente arrivare al titolo che si desiderava. Da quando i cataloghi delle biblioteche sono online, quelli di carta sono meno utilizzati ma esistono ancora e le informazioni al loro interno sono preziose, tanto che diventa necessario digitalizzarle con un’operazione di recupero chiamata “retroconversione” o “conversione retrospettiva”.

Un’operazione di questo tipo è quella realizzata dalla Biblioteca Ariostea di Ferrara grazie all’intervento finanziato dalla Legge regionale 18/2000 e promosso dal Servizio Patrimonio culturale della Regione Emilia-Romagna. L’obiettivo è recuperare il “Catalogo alfabetico generale per autori e titoli”, che con quasi 4.000 schede cartacee (manoscritte e dattiloscritte) comprende tutto il patrimonio di opere a stampa acquisite dalla biblioteca tra il 1501 e il 1986, anno in cui, dopo quasi un secolo di redazione analogica, si passò al catalogo elettronico nell’ambito del Servizio bibliotecario nazionale.

La catalogazione viene effettuata recuperando i dati catalografici da ogni scheda cartacea. Oggetto del recupero sono le schede principali, in cui figurano l’intestazione autore, la descrizione bibliografica, la collocazione e il numero di inventario; sono escluse le schede secondarie, quelle di rinvio autore e di spoglio.
Le notizie, sia quelle catturate da Indice nazionale, sia quelle create appositamente con il recupero dei dati dalla scheda, devono contenere: descrizione, legami titolo, indici per autori, registrazione dell’inventario, segnatura di collocazione ed eventuali note di esemplare che indicano la provenienza del volume. Nei casi dubbi la catalogazione viene completata “libro alla mano”.

Qualche parola a parte merita la forma materiale dell’antico catalogo oggetto di questo intervento, che consiste in 630 volumetti a schede mobili del tipo “Staderini”, così detto dal nome del geniale legatore-tipografo che inventò questo sistema intorno al 1882.
Lo schedario brevettato da Aristide Staderini era composto da volumetti cartonati che contenevano schede perforate di 13 centimetri per 23; dei perni a vite le fissavano e nello stesso tempo consentivano di aggiungerne tante quante il dorso ne riusciva a contenere. I volumetti, contrassegnati dagli estremi della sequenza alfabetica contenuta, venivano inseriti in armadi-casellari.
Il successo del sistema fu tale che in breve tempo tutte le più grandi biblioteche italiane se ne dotarono. Restò in uso fino agli anni Sessanta del Novecento, quando venne sostituito dagli schedari metallici a cassetti, adatti a contenere le  schede di formato internazionale, più piccole: le stesse che si vedono tra le dita di Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany”, e che all’epoca sembravano eterne.


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