Faïence – Faenza. Dall’antico Egitto al contemporaneo

Al Museo Civico Archeologico di Bologna una mostra rivela tutti i segreti della “faenza”

E’ una mostra “dossier” quella che accoglie i visitatori del Museo Archeologico di Bologna fino al 30 gennaio 2022. Racconta una storia, quella della “Faenza”, termine che da secoli aggiunge nuovo significato al toponimo della città romagnola, da cui è mutuato proprio perché nel Medioevo si distinse come centro ceramico di primaria importanza. La maiolica, ovvero la faenza smaltata, dagli inizi del Seicento è conosciuta in tutta Europa come faïence, alla francese. E di faïence si parla anche tra gli studiosi dell’Antico Egitto, indicando un genere di ceramica con impasto a base silicea, diffuso già nel IV millennio a.C. Gli egiziani la chiamavano “la brillante” e la troviamo sotto forma di perline già in epoca predinastica e poi in abbondanza nelle sepolture regali del Nuovo Regno. E qui arriviamo al faraone Sethi I e alla sua tomba a Tebe, nella Valle dei Re. Il primo oggetto in evidenza in mostra è una statuetta in faïence di raro pregio, parte del suo corredo funerario. Insieme ad altri 10 esemplari minori in legno, apparteneva alla collezione del pittore bolognese Pelagio Palagi, che le acquistò tra il 1831 e il 1832. E’ un “Ushabiti” e raffigura il sovrano, con il tipico copricapo nemes e una sorta di sacco per le sementi dipinto sulla schiena. Al di sotto delle braccia una citazione dal Libro dei Morti per rianimare la figura nell’aldilà e fare da sostituto al Faraone defunto nei lavori agricoli dell’oltretomba. Tale era la sua funzione nel sacro corredo. La statuetta ha anche una storia recente che merita il racconto. Fu rinvenuta dall’Indiana Jones dell’Antico Egitto, il patavino Giovanni Battista Belzoni, gigante di più di due metri, artista circense in gioventù, e poi ingegnere, esploratore, archeologo. Fu lui a scoprire l’ingresso della tomba di Chefren a Giza nel 1818 (ancora oggi c’è una scritta che lo ricorda) e a individuare la tomba del “nostro” faraone Sethi I, la più grande delle sepolture regali del Nuovo Regno, ancora oggi ricordata come tomba Belzoni. Rientrato a Londra dall’Egitto, nel 1819, con un importante patrimonio archeologico, diede il via a quella che di lì a poco si sarebbe chiamata “Egittomania”, ricostruendo in una mostra all’Egyptian Hall di Piccadilly due sale della Tomba di Sethi I. Inaugurò il 1 maggio 1821 e fu un successo travolgente che fece conoscere la sua collezione, venduta all’asta a partire dall’anno successivo.

Ritorniamo alla mostra per seguire la diffusione della faenza silicea nel mondo islamico. In Iran ebbe fin dall’XI secolo un grande sviluppo, in parallelo con quello egiziano. Sono ceramiche in genere monocrome, decorate con motivi incisi e intagliati, soprattutto vegetali ed epigrafici. Erano usate anche in ambito architettonico, non solo portali e cupole, ma anche pareti di edifici sacri e palazzi. E con i musulmani arrivò in Spagna, a Malaga e a Valencia, nei piatti decorati con motivi vegetali e negli albarelli, i tipici contenitori di spezie e di prodotti esotici dall’Oriente. L’apprezzamento per il vasellame “ispano-moresco” dipinto a lustro sviluppò un grande commercio in tutta Europa (il lustro è un complesso procedimento decorativo messo a punto dai vasai islamici, che permette di ottenere il colore dell’oro e del rubino con sfumature cangianti). In quel periodo (XVI secolo) si affermano anche le splendide maioliche lustrate di Deruta e di Gubbio. E di Faenza, tanto famose (soprattutto quelle in smalto bianco, i “bianchi” di Faenza ) da divenire sinonimo internazionale di maiolica (che deriva invece da Maiorca, altro celebre luogo di produzione). Tanti gli esempi esposti, tra cui il calamaio in maiolica che raffigura i quattro santi protettori di Bologna del Museo di Arte Antica di Bologna, testimone di quanto, a partire dal XV secolo, si diffuse la rappresentazione della figura umana, anche nel vasellame “da pompa”(si pensi alla produzione “istoriata” faentina con rappresentazioni mitologiche, bibliche e di storia romana) o “amatorio”, con dipinti busti femminili, le cosiddette “Belle”, in genere offerto come pegno d’amore. Diversi tra gli oggetti esposti provengono dal Museo internazionale delle Ceramiche di Faenza, che conserva la raccolta di arte ceramica più grande al mondo ed è tra i promotori dell’evento bolognese. Insieme alla Bottega Gatti di Faenza, che ha realizzato l’Erma con cui si chiude la mostra, opera di un protagonista assoluto dell’arte contemporanea, Luigi Ontani, un omaggio all’arte egizia che, forse, ha trovato ispirazione proprio nelle sale del Museo Archeologico di Bologna.

La mostra è a cura di Daniela Picchi e Valentina Mazzotti.

Tutte le informazioni sul sito:
http://www.museibologna.it/archeologico

Approfondimenti:
Il Museo Civico Archeologico di Bologna su PatER, il catalogo del patrimonio culturale

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