Palazzo Bonasoni

Il palazzo, dimora storica situata in via Galliera 21, sorge sulle antiche case dei Caccianemici dall’Orso, importante famiglia cittadina ricordata nel toponimo della strada contigua

Galeazzo Bonasoni, alla metà del XVI secolo acquistava l’edificio le strutture originarie, poi modificate, risalgono al XIV secolo. Un periodo decisivo e di intenso fervore edilizio, nel quale si rifletteva la politica della legazione. I Bonasoni conseguirono la cittadinanza nel 1472.

Il testamento di Galeazzo del 1556 menziona sia l’acquisto che i lavori per il “palazzo ornato” di via Galliera, riferiti dalla critica all’autore dell’Archiginnasio, Antonio Morandi detto il Terribilia, per affinità con il prospetto di palazzo Orsi, eseguito nel 1560.

Qualche irregolarità si legge nell’asimmetria del portico sopraelevato, riconducibile a preesistenze quattrocentesche. Una particolarità diffusa, nei palazzi di Bologna, dove si usava “mettere in moderno” le facciate salvaguardando le strutture più antiche nel rispetto dei colonnati.

Al piano nobile del palazzo la decorazione testimonia i numerosi passaggi di proprietà. Dal 1609 al 1615 i Tanari; fino al 1704 i Ranuzzi, committenti di una prospettiva del Mitelli, perduta, di fronte alla loggia d’ingresso; quindi i Volta (1739), confluiti nei Grati, per i quali Bigari dipinse un’alcova “con puttini”, ora non più esistente.

Nel 1804 subentrò il marchese Francesco Scarani, quindi la famiglia Zucchini e i Bevilacqua; dal 1931 gli Zerbini, i Pellegrini-Quarantotti e infine i Gamberini. Al cantiere Bonasoni risaliva un affresco con la Guerra di Troia, successivo di poco alla metà del XVI secolo, e attualmente controsoffittato. Del ciclo sopravvive un fregio scialbato e di difficile lettura, dove si scorgono allegorie e paesaggi eseguiti riconducibili più in generale alla cultura di Niccolò dell’Abate.

Ci si muove in quella civiltà figurativa mediata da Giulio Bonasone quando incideva le Symbolicae quaestiones per Achille Bocchi (1555), repertorio alchemico, scolpito sui portali in pietra del palazzo veicolato dalla civiltà delle grottesche. I soffitti delle sale ottocentesche (committenti i marchesi Scarani?), con le Muse, inquadrate insieme ai Putti da ornamentazioni neorocaille, si attribuiscono a Girolamo Dalpane, autore degli affreschi nei palazzi Spada (1846) e Malvezzi dè Medici (1854).

La Venere in marmo adagiata in una nicchia aperta situata nel cortile si daterebbe all'ottavo decennio dell'Ottocento, come inducono a ritenere stilemi classicisti volti a una definizione in senso verista, colta soprattutto nei dettagli la scultura è attribuibile a Carlo Monari.

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pubblicato il 2019/12/05 13:42:58 GMT+2 ultima modifica 2021-02-17T17:58:31+02:00

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